20/10/17

Bardonecchia e la Grande Guerra – 7 (2016)

Gli articoli dedicati a “La Grande Guerra” su Bardonecchia e le sue Frazioni 2016 (ed.2017)
1 - “90º ANNIVERSARIO DEL VIALE DELLA RIMEMBRANZA”
2 – “I FRATELLI ALLEMAND DI MILLAURES”
3 – “PADRE E FIGLIO IN GUERRA: FRANCESCO AUGUSTO E FEDERICO ALLEMAND”
4 – “GIUSEPPE BLANC”
5 – “CANONICO DON GIOVANNI ALFONSO FONTAN”
6 – “CANONICO DON GIUSEPPE FRANCOU”
7 – “GIOVANNI ANTONIO VALLORY”


GIOVANNI ANTONIO VALLORY


Per Giovanni Vallory la guerra fu tragicamente breve: giunse al fronte il 25 ottobre 1916 e il 15 dicembre a causa della lunga esposizione al gelo sul Monte Pasubio gli si congelarono i piedi, “Congelamento di 3º grado”, ci dice il foglio matricolare; solo il 20 dicembre lasciò il Pasubio e fu ricoverato, ma la necrosi era ormai avanzata e non ci fu salvezza, gli amputarono entrambe le gambe sotto il ginocchio.
Una sorte terribile quella di Giovanni: era partito dalla sua Rochemolles per una lontana guerra sulle montagne, e dopo poco meno di due mesi ritornava con una mutilazione che gli avrebbe impedito di riprendere la sua vita.
Quando era partito per la guerra aveva 34 anni, era l’11 luglio 1916. Era tra i richiamati, lui che nel 1902, alla chiamata di leva, era stato lasciato in congedo illimitato in quanto soldato di 3ª categoria(73). Giovanni Vallory, nato il 28 marzo del 1882, era figlio di Giovanni Battista e di Marta Lavilette(74): era contadino, aveva fatto gli studi elementari come tutti i bambini di Rochemolles. Sposato con Maria Enrichetta Garcin, nel 1912 aveva avuto la gioia della nascita del suo unico figlio, Anselmo (che morì giovane a soli 38 anni, nel 1940, di polmonite).
È il figlio di Anselmo, Roberto, che oggi ci racconta di quel nonno coraggioso che non si perdette mai d’animo, che con le sue protesi continuava come poteva la sua vita di contadino, che andava a fare il fieno, che zappava le patate, che era capace di andare a piedi fino a Bardonecchia.
Giovanni era anche il calzolaio di Rochemolles: nella sua casa aveva una stanzetta con tutti gli attrezzi dove lavorava a fare e aggiustare scarpe e scarponi da montagna. Aveva imparato il mestiere nella Casa di Rieducazione professionale di Torino, in via Rosmini 6.
Durante la guerra erano nati infatti, per iniziativa di privati cittadini, i “Comitati di intervento” che avevano lo scopo di integrare i soldati mutilati insegnando loro un mestiere. A Torino, nel luglio del 1915, per iniziativa di Alberto Geisser e di Giacomo Salvadori, si era costituito il “Comitato delle Province Piemontesi per l’assistenza dei lavoratori mutilati in guerra” che si assunse l’impegno di fornire arti artificiali ai militari mutilati dismessi dagli ospedali militari e di provvedere alla loro rieducazione(75).
Nel dicembre del 1916 il Comitato aveva già raccolto la cifra di Lire 1.200.000 con cui aprì la scuola di rieducazione in un edificio concesso in uso dai padri Rosminiani. Nell’Istituto vi erano «sezioni per contabili, telegrafisti, rilegatori di libri, sarti, falegnami, tornitori, calzolai […]. Gli assistiti ricevevano un salario per tutta la durata del corso e fino al conseguimento del diploma di qualificazione professionale, che godette di credito presso le aziende»(76).
Il nostro Giovanni, dopo quasi due anni di ospedale, il 25 ottobre 1918 era stato ammesso alla Casa di rieducazione dove rimase per più di un anno, fino al 23 novembre 1919: fu un ottimo apprendista, «nel tempo del soggiorno nella Casa tenne sempre un contegno esemplare» e nel suo diploma riportò la valutazione «ottimo». Fu infine «autorizzato a fregiarsi di un distintivo d’Onore per la ferita»(77). La sua vita poteva ricominciare, ma a costo di quale sacrificio per la Patria!
Quando era giunto sul Monte Pasubio, il 25 ottobre 1916, era da pochi giorni terminata la grande offensiva iniziata il 9 con la quale si erano in parte riconquistate, con terribili combattimenti e a prezzo di gravissime perdite, le posizioni perdute con la Strafexpedition.
Le nostre truppe esauste furono sorprese da un’improvvisa tormenta di neve che ricoprì i soldati di una coltre ghiacciata e li lasciò senza nessun riparo a difendere le posizioni raggiunte.
L’inverno 1916-1917 fu tra i più gelidi, nevosi e lunghi del ’900: il 20 ottobre era arrivato il “Generale inverno” e con esso si dovette combattere. Sul Pasubio le difficoltà divennero subito evidenti, metri e metri di neve impedivano il trasporto dei viveri in altezza, le teleferiche si bloccavano, non c’erano più vie di comunicazione, le valanghe mietevano vittime quanto i cannoni, mezz’ora di vedetta era un martirio, i casi di assideramento erano centinaia. Gli uomini dormivano nelle tende, pigiati uno all’altro, nell’umido dei loro vestiti bagnati, ogni forma di riscaldamento era impossibile, la legna era bagnata e non serviva più nemmeno per cucinare. La neve raggiunse cumuli di sei otto metri.
A poco a poco «la montagna mutò forma; i soldati si adattarono sotto la neve in tane che si ricercavano e si tenevano per quanto possibile comunicanti per mezzo di cunicoli, ove si poteva a mala pena muovere strisciando […]. Gravissime difficoltà presentarono i rifornimenti. Intere squadre di portatori furono perdute; e furono perduti interi plotoni di alpini e nuclei di artiglieri di montagna mandati a ricercarli; furono centinaia i cadaveri che si scoprirono a primavera in fondo a Vallarsa, a Malgabuso, in val Sorapache!»(78).
La tormenta continuò per giorni, per mesi, e «la neve a duemila metri di altezza con un freddo di 20-25 gradi sotto zero (una volta arrivò a 29 gradi) non è leggera e larga come alle basse quote […]. Cade a piccolissimi cristalli, stellette, dure, dure, che si ammassano come la rena, senza fondersi in uno strato solo. […] Se il vento soffia con violenza, allora la tormenta acquista le stesse proporzioni di una tempesta di sabbia nel deserto»(79). Era la tormenta che paralizzava gli uomini, che ghiacciava il volto, che rendeva ciechi: guai a fermarsi, la morte era sicura perché la neve si accatastava intorno e si rimaneva sepolti(80).
Non bastava essere montanari esperti, come il nostro Giovanni Vallory, per salvarsi da questa guerra dentro alla guerra: Giovanni, quando il congelamento si rese evidente, si trovava sul Panettone Alto, cocuzzolo di montagna situato con gli altri due Panettoni (Basso e Medio) nella parte orientale della conca del Cosmagnon fronteggiante il Dente Austriaco. Gli alpini del Battaglione Exilles tra il 19 e il 20 ottobre 1916 furono impegnati in appoggio ad altri reparti sull’Alpe Cosmagnon dove era già incominciata la tormenta di neve.

Maria e Giovanni Vallory
Prima della fine dell’anno, l’Exilles, di cui faceva parte Giovanni Vallory, compì un altro turno di linea sull’Alpe Cosmagnon, tra il 25 novembre e il 30 dicembre, dove i metri di neve, la tormenta e le valanghe resero impossibile la vita dei reparti costretti a fatiche ed a pericoli per tenere in efficienza le difese ed assicurare i rifornimenti. Sono presumibilmente questi i giorni che cambiarono drammaticamente la vita del nostro Giovanni.

note___
73 In tempo di pace i giovani in età militare venivano selezionati nei distretti di leva: gli idonei venivano classificati di 1ª categoria ed erano destinati ai Corpi, quelli di 2ª categoria entravano nella Riserva per soprannumero di personale, quelli di 3ª categoria entravano nella Riserva generalmente per motivi di carattere familiare. I militari di 1ª categoria erano gli unici a svolgere il servizio di leva. Ma tutte le categorie, e anche i riformati, furono richiamati nel momento della mobilitazione.
74 Marta Erosia Lavilette era giunta a Rochemolles all’età di 10 anni, nel 1876, adottata da Giovanni Francesco Durand.
75 «Fra le manifestazioni più moderne di fratellanza e più degne di richiamare l’attenzione, perché destinata a continuare oltre la guerra, è l’opera di assistenza dei mutilati. [...] Bisogna cercare di dare al mutilato, accanto ad una piccola rendita che segni il compenso della sua inferiorità fisica, un capitale di cognizioni che gli permetta di mettere nuovamente in valore la sua persona e lo renda capace di lavoro [...] Voi mi direte: lo scopo è senza dubbio bellissimo; ma, come raggiungerlo?
Com’è possibile trasformare una persona che ha perduto un braccio, una gamba o, peggio, due arti, in un essere ancora capace di produrre lavoro e di guadagnare? [...] Allo scopo si riesce essenzialmente con due mezzi: 1º Cercando di sostituire fin dove è possibile gli arti perduti con arti artificiali; 2º Educando il mutilato a correggere, a superare con adatto esercizio l’inferiorità dei suoi mezzi fisici, educandolo a compensare questa inferiorità con un aumento di energia morale, di valore e di abilità professionale, di coltura intellettuale. Ciò che si deve essenzialmente aver di mira è trasformare il mutilato in un individuo capace di lavoro. Per raggiungere questo scopo l’apparecchio ortopedico è semplicemente un mezzo e d’importanza relativamente secondaria. Quello che occorre soprattutto è l’educazione della volontà». Conferenza del Dott. Prof. Fedinando Battistini, in Bollettino salesiano, anno XLI - nº 2 - 1 febbraio 1917, p. 36.
76 Nicola D’Amico, Storia della formazione professionale in Italia: dall’uomo da lavoro al lavoro per l’uomo, Franco Angeli, Milano 2015, p. 291.
77 Archivio di Stato di Torino, foglio matricolare di Vallory Giovanni Antonio. 
78 Carlo Ferrario, La lotta sul Pasubio, in “Rivista di Artiglieria e genio” XLI (63ª) annata, Volume I, Roma 1924, p. 69.
79 Michel Campana, Un anno sul Pasubio, Gino Rossato Editore, Novale - Valdagno (Vicenza) 1993, p. 105.
80 «Legioni di insepolti giacciono ancora nelle gallerie del termitaio che fu la cima. Tutto si giocò in un brandello di montagna di duecento metri per ottanta che fece 4.500 morti, tanti che per farceli stare tutti insieme – scrisse il generale austriaco von Ellison – si sarebbe dovuto impilarli, e forse non sarebbe bastato. I corpi fatti a pezzi erano così numerosi che si aspettò il 1921 per riaprire la montagna agli umani. Ventisei mesi c’erano voluti per sgomberarla dai corpi. Ma le ossa biancheggiarono così a lungo nei burroni che fino agli anni ’50 si piazzarono dei cestini perché i gitanti le deponessero. A
fine stagione gli alpini col cappellano militare ne portavano via carrettate». Paolo Rumiz, “I fantasmi del monte maledetto”, La Repubblica, 30 agosto 2013.

FONTI:
Testimonianza di Roberto Vallory. • Archivio di Stato di Torino, Foglio matricolare di Vallory Giovanni Antonio. • Bollettino salesiano, anno XLI - nº 2 - 1 febbraio 1917. • Michel Campana,Un anno sul Pasubio,Gino Rossato Editore,Novale - Valdagno (Vicenza) 1993. • Nicola D’Amico, Storia della formazione professionale in Italia: dall’uomo da lavoro al lavoro per l’uomo, Franco Angeli, Milano 2015. • Carlo Ferrario, La lotta sul Pasubio, in “Rivista di Artiglieria e genio” XLI (63ª) annata, Volume I, Roma 1924. • Gianni Pieropan, Storia della Grande Guerra sul fronte occidentale. 1915-1918, Mursia, Milano 2009. • Robert Skorpil, Pasubio 1916-1918, Mursia, Milano 1977. • Documentazione e fotografie di Roberto Vallory.

RINGRAZIAMENTI
– Ringrazio tutte le famiglie che hanno collaborato con me e che in piena fiducia mi hanno fornito notizie e documentazione dei loro congiunti.
– Ringrazio l’Assessore alla cultura Chiara Rossetti e il personale del Comune di Bardonecchia che con disponibilità e pazienza mi ha aiutato nelle ricerche: Cristina Narciso e Ivana Remolif dell’Ufficio Anagrafe, Maurizia Guiffre e Luisa Varda dell’Ufficio Servizio Cultura, Sport e Turismo.
– Ringrazio Elena Glarey dell’Archivio del Centro Culturale Diocesano di Susa.
– Ringrazio Marisa Alliod dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società contemporanea in Valle d’Aosta.
– Ringrazio amici e conoscenti che mi hanno aiutato a vario titolo nella ricerca: Marco Albera, Emy Bompard, Lino Ferracin, Daniela Garibaldo, Giorgio Malavasi, Pierluigi Scolè, Renzo Stradella, Alberto Turinetti di Priero.

– Ringrazio Don Franco Tonda, che crede nel mio lavoro e mi sostiene incoraggiandomi nel proseguire.